Quando la paura diventa legge: il Medioevo oscuro di “Prophetia silvae”
Il romanzo di Antonello Zaccone racconta un'accusa di stregoneria nel Monferrato del Trecento
ALESSANDRIA – Nel Medioevo la paura non è soltanto un’emozione collettiva, ma uno strumento: serve a governare, a delimitare appartenenze, a stabilire chi debba essere difeso e chi invece esposto, isolato, trasformato in colpevole. È proprio da questa dinamica, antica e inquietante, che prende forma “Prophetia silvae. Il processo” di Antonello Paolo Zaccone, pubblicato da Gruppo Albatros Il Filo.
Il romanzo sceglie il Monferrato del XIV secolo come teatro di una vicenda che va oltre il semplice racconto inquisitoriale. Fin dalle prime pagine è evidente l’ambizione dell’impianto narrativo: la storia si apre nel presente, a Ricaldone, con il ritrovamento di un manoscritto nel convento dei Cappuccini di Cassine. Da qui si attiva un movimento a ritroso che conduce il lettore nel 1334, durante l’Avvento, seguendo un processo per eresia e stregoneria. Questa cornice contemporanea non è un semplice espediente, ma suggerisce che le paure che animano il passato continuano a riaffiorare, e che la memoria – reale o costruita – resta uno strumento vivo.
Il processo si sviluppa nell’arco di pochi giorni, dalla seconda settimana d’Avvento fino agli sviluppi successivi che conducono al 1335. La scansione dei capitoli secondo le ore liturgiche monastiche conferisce al racconto un ritmo preciso, quasi cerimoniale, che accompagna il lettore dentro una dimensione di attesa e giudizio. Questa struttura rigorosa contribuisce a dare unità a una materia narrativa complessa.
Fulcro simbolico del romanzo è il bosco
Ma il vero fulcro simbolico del romanzo non è il tribunale. È il bosco. Il Boscum Communis, oggi Bosco delle Sorti (situazto tra i comuni dell’Alto Monferrato alessandrino e astigiano), emerge come una presenza viva, carica di significati: luogo naturale, certo, ma anche spazio di memorie arcaiche, di rituali sopravvissuti, di saperi alternativi – spesso femminili – guardati con sospetto dall’autorità religiosa e utilizzati con ambiguità dal potere politico. Intorno a questo spazio si dispongono borghi, pievi, castelli e vie di comunicazione, componendo una geografia concreta e riconoscibile.
All’interno di questo scenario si muovono tre figure centrali. Iacopo Bellingeri, domenicano incaricato del processo, è un personaggio attraversato da contraddizioni: uomo di fede, ma segnato da un passato irregolare, diviso tra disciplina e memoria del disordine. Freja, la donna accusata, non è ridotta a vittima passiva: il romanzo le attribuisce una dimensione spirituale autonoma, legata al bosco e a una conoscenza altra. Gregorio Guasco, castellano, rappresenta invece la logica politica: non un fanatico, ma un uomo attento agli equilibri e alla stabilità.
Attraverso queste tre figure, Zaccone costruisce un confronto tra diverse concezioni di verità e potere. Il processo diventa così solo la superficie visibile di tensioni più profonde: conflitti tra autorità ecclesiastica e potere laico, tra diritto religioso e civile, tra necessità politica e paura popolare. L’accusa di stregoneria emerge non come semplice superstizione, ma come risposta a interessi concreti e fragilità di sistema.
Lo stile dell’autore riflette questa complessità. La lingua è ricca, stratificata, attraversata da richiami latini, citazioni bibliche e lessico giuridico, ma capace anche di aperture immaginative intense. Ne risulta una scrittura che tiene insieme documento e suggestione, rigore storico e dimensione simbolica.
Le due tensioni
Nel titolo convivono due tensioni: da un lato il “processo”, macchina giudiziaria che produce colpe; dall’altro la “prophetia silvae”, voce della selva che sfugge alle categorie istituzionali. In questo contrasto si gioca il cuore del romanzo: il conflitto tra una verità imposta e una verità che resiste.
L’opera si inserisce nella tradizione del romanzo storico italiano, evocando, per alcuni aspetti, atmosfere care a Umberto Eco o a Sebastiano Vassalli, ma mantenendo una forte identità propria, soprattutto nel legame con il territorio monferrino, che diventa parte attiva della narrazione.
Ciò che rimane, al termine della lettura, è una riflessione che supera il contesto storico: cosa accade quando una comunità smette di comprendere e inizia a temere? Il romanzo suggerisce che, spesso, la paura non nasce dai margini, ma dal centro stesso del potere, che per difendersi costruisce un colpevole. In questo senso, più che giudicare una presunta strega, Prophetia silvae mette sotto accusa il meccanismo attraverso cui la paura si trasforma in giustizia.