Combattere le disuguaglianze e far ripartire l’ascensore sociale
Home

Combattere le disuguaglianze e far ripartire l’ascensore sociale

Lo stato sociale nelle sue varie forme e storie ha subito in questi anni e sta subendo un forte ridimensionamento accompagnato da privatizzazioni e da trasformazioni in servizi “commerciali” di una quota crescente di servizi prima forniti e gestiti direttamente dal pubblico

Lo stato sociale nelle sue varie forme e storie ha subito in questi anni e sta subendo un forte ridimensionamento accompagnato da privatizzazioni e da trasformazioni in servizi “commerciali” di una quota crescente di servizi prima forniti e gestiti direttamente dal pubblico

OPINIONI – In questo momento post-elezioni regionali, pur rispettando il dibattito che si è sviluppato e sta proseguendo su chi “ha perso” e chi “ha vinto”, ritengo sia utile ricentrare il discorso politico sui temi dell’economia e della fase economica più generalmente intesa. Con il tipico ritardo più che ventennale l’Italia, oggi, discute in termini peraltro lievi e un po’ modaioli del c.d. reddito minimo di inserimento, oppure del reddito di cittadinanza, o ancora del basic income oppure ancora del rendimento minimo garantito(Rgm) etc… tutte formule e azioni già sperimentate da tempo in buona parte dell’Europa. La proposta di legge del Movimento 5 Stelle parla esplicitamente del reddito di cittadinanza ed è certamente pensata e scritta in modo responsabile.

Vorrei introdurre alcuni elementi di riflessione partendo dal presupposto che la costruzione socio-economica e la condizione esistenziale del povero e del socialmente escluso (perché sono queste le categorie sociali a cui il reddito minimo di cittadinanza, o di quello che volete, si rivolge) è da ricercare essenzialmente dove e come il sistema di protezione sociale in un dato paese funziona e più esplicitamente: il livello, il grado e la durata di copertura della disoccupazione, la presenza consistente o meno di una pensione di vecchiaia di base a carattere universale, il riconoscimento materiale del “costo dei figli”, solo per citare i fattori più importanti. Ancora vorrei sostenere che, comunque la si giri o la si metta, ci troviamo di fronte ad una misura di Assistenza Sociale: parliamo, infatti, di poveri e di esclusi che sempre più aumentano a fronte della debolezza di prospettiva fornita dai governanti ed ai processi economici che si sono discostati ormai terribilmente dalle reali condizioni di vita delle popolazioni.

Si potrebbe dire che l’economia politica, oggi, dovrebbe riflettere su una teoria del valore che rimanda al tempo di lavoro, al conflitto tra le classi (parola del tutto desueta!) seppur ridotto, alla “questione delle macchine”(la IV rivoluzione industriale). Siamo di fronte, com’è noto, ad una crisi dei processi produttivi in quanto processi di creazione del valore. A titolo esplicativo riporto questo brano (fonte IL Sole 24 Ore, Elena Comelli) “il manifatturiero è ancora la forza propulsiva dell’economia europea con 6.500 miliardi di euro di fatturato e 30 milioni di posti di lavoro in 25 settori diversi. Ma in questi anni di crisi i livelli produttivi sono calati del 10% e sono andati persi 3 milioni di posti di lavoro. Per ripartire il manifatturiero europeo deve ridurre drasticamente i costi dei suoi prodotti se vuole far fronte alla pressione competitiva dei Paesi emergenti dove la mano d’opera costa molto poco”. So che in molti obietteranno su quest’analisi ma la riporto come riflessione dominante nel mondo economico europeo e per la crudezza dei dati.

Siamo dentro al mutamento irreversibile del modello di accumulazione capitalistica. Questo processo o meglio questo “continuum”comporta, com’è logico, oltre ai processi di finanziarizzazione e di globalizzazione, anche un radicale mutamento dei rapporti di forza tra le classi sociali ora esistenti e che si traduce da una parte in un aumento di arricchimento per i più ricchi e, di converso, in un progressivo immiserimento dei già poveri e di quelle classi medie che prima stavano al centro dei due estremi.

Lo stato sociale nelle sue varie forme e storie ha subito in questi anni e sta subendo un forte ridimensionamento accompagnato da privatizzazioni e da trasformazioni in servizi “commerciali” di una quota crescente di servizi prima forniti e gestiti direttamente dal pubblico.

Nel mondo complessivamente si è assistito ad una frantumazione del proletariato dei Paesi sviluppati e ad una parallela crescita di masse proletarie nei Paesi in via di sviluppo. Infine è bene ricordare che stiamo assistendo ad una trasformazione dei sistemi politici che segna ormai una forte frattura fra mercato e democrazia e questo lo si evince dalla perdita sempre più evidente del passaggio di sovranità dallo Stato-nazione a favore di agenzie internazionali, a mega imprese private, aggregati politici sovranazionali ma con vocazione regionale, tutti soggetti che sono “titolati”a gestire in loco, l’interesse del capitale globale.

Se poi spingiamo il nostro interesse e la nostra curiosità fuori dal perimetro nazionale o europeo ci accorgeremo che nel mondo stanno emergendo nuove forze, ad esempio le classi operaie dei Brics, le masse indigene e contadine dell’America Latina, i lavoratori precari del terziario arretrato degli Usa e dell’Europa, i migranti (la grande paura!) che si stanno spostando a milioni in tutto il mondo (e che dire delll’Isis?), che stanno, forse, producendo una controtendenza ridefinendo una massa enorme di energia antagonistica al sistema capitalistico.

Sarebbe, quindi, doveroso per le forze politiche, soprattutto quelle di sinistra e anche per i sindacati, ritornare a riflettere seriamente sul concetto di transizione, superando illusorie idee o posizioni secondo cui la rivoluzione si fa partendo da sé, o che si possa cambiare il mondo attraverso una lunga marcia dei diritti e rivisitare magari le teorie gramsciane sul “farsi Stato” e sull’egemonia delle classi subalterne.

Un’ ultima riflessione: con la modernità si passò dall’ascrizione alla società del merito, così recitano i manuali di sociologia. Sappiamo, però, che l’appartenenza etnica o le pratiche razziali sono ancora realtà diffuse. La qualità e addirittura la durata della vita di alcuni gruppi sono ancora sistematicamente inferiori a quelle di altri. Queste disuguaglianze appartengono ancora ai “rischi di classe” e se sono anche ereditate ci troviamo di fronte ad una trasmissione dei rischi da una generazione all’altra: la povertà si trasmette spesso di generazione in generazione. L’ascensore sociale si è bloccato soprattutto nei Paesi più fragili economicamente e socialmente come i Paesi mediterranei dell’Europa ma ora si sta estendendo ad altri paesi del continente. Gli svantaggi ereditati corrispondono a diseguaglianze che si riscontrano nel cosiddetto “capitale sociale”. Le diseguaglianze si producono all’interno delle famiglie e sono rafforzate dal mercato e dal mercato del lavoro ed è molto improbabile che se lo Stato non si impegna attivamente nel superamento delle diseguaglianze nella redistribuzione del reddito, compresa la questione salariale, si possa operare per migliorare le condizioni di milioni di persone.

Urgente è ritornare a discutere di queste questioni in modo analitico, meno frammentato e soprattutto operativo.

Articoli correlati
Leggi l'ultima edizione