Martedì 11 Agosto 2020

Cinema

"C’era una volta in America": la musica di Ennio Morricone tra mito e nostalgia

Leone gli commissiona la colonna sonora talmente in anticipo sui tempi di lavorazione del film che già nel corso delle riprese si potevano sentire riecheggiare le arie poi divenute celebri in tutto il mondo

"C’era una volta in America": la musica di Ennio Morricone tra mito e nostalgia

CINEMA - Credevo fosse un’avventura, invece era la vita. (Sergio Leone su C’era una volta in America)

Quando raccontava della travagliata lavorazione del suo ultimo film (quindici anni di attesa solo per arrivare alla fase delle riprese, una complessa messa in opera e un montaggio gravato da tagli che - per volere del produttore De Laurentiis - snaturò del tutto il senso della storia, imponendole un andamento meramente cronologico), autentico testamento cinematografico e spirituale, Sergio Leone ogni tanto amava citare una frase dello scrittore Joseph Conrad: a esemplificare che - come ogni opera-fiume o mondo che dir si voglia - anche C’era una volta in America fa coincidere la realtà con la finzione, l’episodico e il durevole, nelle quattro ore e più della versione integrale.

Tratto dal romanzo The Hoods di Harry Grey (1952), terzo capitolo della cosiddetta “trilogia del tempo” (insieme a C’era una volta il West, 1968, e Giù la testa, 1971), il film dell’inventore del genere “spaghetti western”, venerato come maestro dai registi più rappresentativi delle generazioni successive alla sua - da Kubrick a Scorsese, da Eastwood a De Palma e Tarantino - approda attraverso il racconto di quarant’anni di vita americana (dagli anni Trenta all’alba dei Settanta) a un pressoché inarrivabile modello di cinema epico.

Un cinema che trae linfa e spunto dal reale e nello stesso tempo lo oltrepassa, entrando molto presto nella dimensione del sogno, della rêverie, dell’allucinazione ipnotica, della memoria condita di nostalgico e astratto autobiografismo, come testimoniano molti passaggi iconici, commossi omaggi di Leone alla settima arte nella sua integrità e purezza (vedi, ad esempio, la magnifica scena nella fumeria d’oppio annessa al teatro cinese, con il ricordo del cinema delle origini). Diceva, a questo proposito, il regista: «Ho fatto un bilancio della mia vita e di tutta la mia esperienza con quel film. In fin dei conti, è una biografia su due livelli: la mia vita personale e la mia vita da spettatore di cinema americano. Nel dopoguerra, non mi stancavo mai di vedere film. Il cinema era diventato la mia droga. Così, in C’era una volta in America, compaiono degli omaggi che avevo il dovere di fare. Come la scena della charlotte russa sulle scale. È un omaggio a Charlie Chaplin. Non ho imitato un suo film, non ho citato una sequenza girata da lui. È la semplice manifestazione dell’amore che nutro per lui».

Attraverso lo sguardo e la memoria del gangster David “Noodles” Aaronson (Robert De Niro) - alter-ego di Leone -, legata a doppio filo alle vite scapestrate degli amici Max (James Woods), Cockeye (William Forsythe) e Patsy (James Hayden), vengono evocate l’America e la New York perdute del Proibizionismo, dal ghetto ebraico all’ambiente della malavita, entro un potentissimo affresco che diventa per lo spettatore, oltre che per l’autore, un’esperienza estetica totalizzante e sublime: «Quando scatta in me l’idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell’idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio. Non ho mai visto De Niro sul set, ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui C’era una volta il mio cinema, più che C’era una volta in America».

Un’opera immensa, insomma, di non semplice esegesi, in cui Leone riversa il proprio universo artistico, mettendo in campo tramite l’uso insistito ma non lineare di figure narrative come il flashback e il flashforward una concezione del tempo fratta e reversibile: il cinema della memoria e del sogno vive in un eterno presente, «in uno spazio che non è nient’altro che il tempo», come spiegava il cineasta in dialogo con lo storico del cinema Noël Simsolo (C’era una volta il cinema, Il Saggiatore, 2018). «Sono consapevole dell’apparente staticità del film», proseguiva Leone. «In realtà, non smette mai di muoversi. Ma questa staticità viene percepita proprio perché riguarda il tempo: tutto si è fermato nella fumeria d’oppio. E tutto parte proprio da lì. Tutto è perduto, dimenticato, distrutto… E io, per fare un film sui ricordi e sulla memoria, dovevo ritrovare delle vestigia della realtà. Per rendere in maniera compiuta la mia concezione del mito e del sogno, dovevo lavorare sulla più solida delle realtà. A partire da questo, tutto discendeva a cascata. Il tempo è il protagonista del film e il tempo ha sempre ragione».

Per riuscire a restituire l’emozione dello scorrere del tempo, la nostalgia del ricordo, la malinconia degli affetti smarriti (amici, amori), l’epica della gioventù, Leone commissiona la colonna sonora del film a Ennio Morricone (già suo collaboratore dal 1964 al 1966 per la “trilogia del dollaro, in C’era una volta il West, 1968, e Giù la testa, 1971), prendendo questa decisione talmente in anticipo sui tempi di lavorazione del film che già nel corso delle riprese si potevano sentire riecheggiare le arie poi divenute celebri in tutto il mondo.

Un’atmosfera elegiaca, quella evocata dalle musiche del maestro scomparso all’età di 91 anni qualche giorno fa, ricompensato per il suo straordinario talento con innumerevoli premi internazionali, tra cui due alla carriera (un Oscar e un Leone d’oro).

Robert De Niro (che - oltre a C’era una volta in America - ha lavorato in altre tre pellicole con le colonne sonore di Morricone: Novecento di Bernardo Bertolucci, 1976, Mission di Roland Joffé, 1986, e Gli intoccabili di Brian De Palma, 1987) l’ha definita in un’intervista a “La Repubblica”: «insolita e interessante, forse la parola più adatta è che era una novità quello che aveva fatto per quel tipo di film. Ma anche quando faceva altre cose vedevi quanto fosse versatile e quanto speciale fosse la sua musica. Quello che riuscì a fare per Sergio Leone fu di comporre qualcosa di davvero nuovo per quel tipo di produzioni. Quando Ennio ha fatto la musica per Mission e C’era una volta in America ho pensato quanto fosse meravigliosa. Era un musicista così particolare. […] Ogni tanto, quando mi capita di sentirle, mi ritrovo affascinato e trascinato dalla sua musica. Era un musicista davvero speciale, amato qui in America come in Italia».

E se, a livello prettamente figurativo, Leone ammetteva di essere stato influenzato per il suo film dalla pittura di Edward Hopper, Reginald Marsh e Norman Rockwell (non più quella di Max Ernst o Giorgio De Chirico, come ne Il Buono, il brutto, il cattivo), sul piano musicale dimostrava di avere, allo stesso modo, idee molto precise: «Tutto il film è il sogno d’oppio di Noodles attraverso il quale io sogno i fantasmi del cinema e del mito americano. Data la compresenza di tutti questi sentimenti, ho chiesto a Ennio Morricone un lavoro diverso dal solito. Siamo partiti da una canzone dell’epoca, Amapola. Poi ho voluto aggiungere dei brani ben precisi: God Bless America di Irving Berlin, Night and Day di Cole Porter e Summertime di George Gershwin. Oltre alla musica originale di Morricone e alle grandi melodie del passato, ho aggiunto qualcosa di odierno, Yesterday di John Lennon e Paul McCartney, in modo da toccare alcuni punti essenziali: la nostalgia di un mondo, la lucidità di questa nostalgia nella mia testa, e forse nella realtà… Si applica al mio immaginario».

Sempre per quella forma di estrema immedesimazione che porta a sovrapporre la personalità e l’esistenza stessa di Sergio Leone con quelle fittizie di Noodles, il suo alter-ego cinematografico, possiamo affermare in ultima analisi che dietro l’amore tormentato che il personaggio interpretato da De Niro prova per l’aspirante ballerina e attrice Deborah Gelly (Elizabeth McGovern) si nasconde quello altrettanto intenso del regista per il proprio mestiere: «In galera - racconta Noodles a Deborah - dovevi non pensarci che fuori c’era il mondo, dovevi dimenticarlo per non impazzire, ma due cose non riuscivo a togliermi dalla mente: la prima era Dominick quando prima di morire mi disse “Sono scivolato”. E l’altra eri tu. Tu che mi leggevi il Cantico dei cantici, ricordi? Nessuno t’amerà mai come t'ho amato io».

C’era una volta in America è disponibile in streaming gratuito sulla piattaforma di RaiMovie.


Regia: Sergio Leone
Aiuto regia: Fabrizio Sergenti Castellani, Luca Morsella
Origine: Italia-Usa, 1984, 227’

Cast: Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Joe Pesci, Tuesday Weld, Burt Young, Treat Williams, Danny Aiello, Richard Bright, James Hayden, William Forsyth, Mario Brega, Darlanne Fluegel, Jennifer Connelly

Soggetto: dal romanzo The Hoods di Harry Grey (1952)
Sceneggiatura: Sergio Leone, Franco Arcalli, Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Franco Ferrini, Enrico Medioli
Fotografia: Tonino Delli Colli
Musiche: Ennio Morricone
Montaggio: Nino Baragli
Scenografia: Carlo Simi, Giovanni Natalucci, James Singelis
Arredamento: Bruno Cesari
Costumi: Gabriella Pescucci, Richard Bruno
Effetti: Louis Craig, Gabe Videla, Les Productions de l'Intrigue Inc., Corridori G&A Cinematografica
Suono: Jean-Pierre Ruh
Aiuto regia: Fabrizio Sergenti Castellani, Luca Morsella
Produzione: The Ladd Company, Embassy International Pictures, Pso International, Rafran Cinematografica, Wba International Release
Distribuzione: Titanus (1984)

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