Mercoledì 12 Maggio 2021

Acqui Terme

Il Castello dei Paleologi, dalle vicissitudini storiche ai danni economici della pandemia

Il Castello dei Paleologi di Acqui Terme: la storia della fortezza dalle origini all’uso attuale

Il fascino della storia, le difficoltà del presente e le prospettive per il futuro. Emanuele Pagliano Migliardi, studente di Informazione e Editoria all’Università di Genova, ha realizzato uno speciale - che Il Piccolo pubblicherà a puntate a partire da lunedì 22 marzo 2021 - dedicato ai castelli dell'Acquese: Acqui Terme, Alice Bel Colle, Melazzo, Morsasco e Rivalta Bormida. Il primo approfondimento è dedicato al castello dei Paleologi di Acqui Terme.

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LE ORIGINI
Il Castello di Acqui Terme detto anche “dei Paleologi” risale all’XI secolo, la prima fonte scritta che accerta l’esistenza dell’edificio, è datata anno 1056. Cenni storici narrano di una prima struttura già in epoca tardoromana, distrutta dalla furia degli unni nel 452 d.C. Fu residenza dei Vescovi-Conti di Acqui, che vi restarono fino alla seconda metà dell’XIII secolo. Furono anni di violenti scontri interni tra famiglie nobili della città, che comportarono la fine del loro dominio. Dopo essere diventato roccaforte del borgo medievale, e sede dei governatori della città, a partire dal 1260 il castello divenne di proprietà dei marchesi dei Paleologi del Monferrato, i quali nonostante interruzioni dovute a guerre drammatiche e contese familiari, imposero il loro dominio fino agli inizi dell’XVI secolo. Tra il 1313 e il 1345, Acqui passò sotto il potere di Roberto d’ Angiò, nel 1430 sia la città che il Castello passarono sotto il controllo degli sforza, mentre tra il 1431 e il 1436, la città venne occupata dai Visconti di Milano, e infine tra il 1536 e il 1706 viene datato il lungo dominio dei Gonzaga di Mantova. Al termine di questo lungo periodo Amedeo VIII di Savoia ridiede il controllo della città ai marchesi del Monferrato, a cui si aggiunse l’intero contado.

Durante la prima guerra del Monferrato, datata 1628-1631, attraverso l’alternarsi di occupazioni sabaude e francesi, la città e il territorio circostante, sottomessi ai Gonzaga di Mantova, vennero descritti dal segretario di Stato sabaudo Giacomo Giacinto Scaletta. La resa di Acqui del 26 giugno 1628 è l’occasione per fare la relazione sullo stato delle mura e del Castello. Si tratta di una delle rare descrizioni delle opere difensive perfezionate ed ampliate da Bonifacio di Monferrato a partire dal 1447, ultimata tra il 1491 e la fine del secolo. Nella relazione si parla così del castello: "In sito alquanto orientato verso l’oriente spunta il Castello che sorte in fuori con due angoli sopra dei quali sono due bastioni più eminenti che dominano il restante muro della città".


Per volere di Guglielmo VII Paleologo, il castello marchionale, già residenza Vescovile alto medievale, aveva subito una trasformazione radicale negli ottanta del Quattrocento, in concomitanza con la realizzazione delle mura della città.

Le mura del castello

Successivamente col passaggio di Acqui ai Savoia nel 1708, la struttura diventò sede dell’Intendente generale di provincia. Le mura cittadine e il castello si trovarono entrambi inadeguati alla difesa della Val Bormida, e spesso soggetti ad attacchi e distruzioni. Delle origini del Castello non rimane più nulla, le strutture più antiche attualmente esistenti risalgono intorno alla metà del XV Secolo: ponte levatoio e una parte della cinta muraria in cui si trova una torre difensiva angolare. L’utilizzo della polvere da sparo rese il castello inadeguato dal punto di vista difensivo. Nel 1646, dopo le vicende belliche e diversi assedi che riguardarono il periodo tra la seconda metà del XVI e la metà XVIII, la struttura venne demolita dagli Spagnoli che la fecero saltare con sette mine.

Presso l’Archivio di stato di Torino, è conservata la serie di disegni, il programma eseguito dal misuratore generale Giovanni Battista Biorci nel 1787, a cui sono allegati i conti relativi ai lavori necessari, una relazione esplicativa e il progetto di ampliamento e sopraelevazione di Giovanni Battista Feroggio del 1789. Il 1787 è anche l’anno in cui il medico Saluzzese, Vincenzo Malacarne ha descritto così la fortificazione: “È una cinta d’ampio fossato, e di mura sufficientemente elevate buone per una città fortificata secondo l’uso del secolo XV, è stata negli ultimi secoli passati continuo bersaglio delle armi di poderosi eserciti, bande sfrenate d’uomini sempre intenti a saccheggiarla ed atterrarne i ripari. Da ciò che rimane di questi, vedesi che c’era munita, e del Castello”. Descrizione che coincide con quella data da Saletta a inizio Seicento, anche se quest’ultima è più tecnica, minuziosa e precisa nei particolari e costituisce un documento di notevole importanza. Si trattò della devastazione peggiore che il castello subì. La ricostruzione della fortezza si divise in due periodi: la prima nel 1663 venne ristrutturata la parte principale del Castello, ovvero quella che attualmente ospita le sale del Museo archeologico, la seconda nel quinquennio 1860-1865, quando furono realizzati gli interventi di demolizione della cinta muraria per la costruzione dell’attuale ingresso dei giardini alti del Castello. La formazione attuale si deve alle modifiche avvenute, su iniziativa del Re di Sardegna. Il 1787 è l’anno in cui venne decretata la regia intendenza, e la sua trasformazione in carcere cittadino.

Le mura del castello

LE ORIGINI DEL MUSEO ARCHEOLOGICO ALL'INTERNO DEL CASTELLO
La scoperta di tracce consistenti e preziose è riconducibile all’età romana, ma la prima costruzione del museo civico Archeologico nella città di Acqui Terme nel Castello, risale al 1967. La sua apertura ufficiale è del 1971. Questo è frutto di un lavoro di allestimento, raccolta e uso dei materiali iniziato iniziato nel 1962 per merito di studiosi della locale sezione dell’istituto internazionale di studi liguri di Bordighera (www.iisl.it) tramite il sostegno di appassionati Acquesi.

Il primo allestimento prevedeva un’apertura limitata di due soli giorni a settimana, ma in seguito gli orari vennero aumentati, con periodi di apertura quotidiana e stagionale, includendo un pubblico ampio, che andava dagli scolari ai turisti. Le due sale a cui il museo si componeva, salite a quattro nel 1976, anno in cui si scoprì la loggia seicentesca, rimasta fino ad allora nascosta tra le mura di epoca posteriore, illustravano in particolare, le testimonianze storico-archeologiche di epoca romana integrate da scoperte che si effettuavano in quei anni nel sottosuolo dell’antica Aquae Statiellae. A risaltare erano soprattutto, le testimonianze materiali della vita quotidiana: l’esposizione dei corredi funebri restituiti dalle necropoli delle città, accompagnate da ricostruzioni di strutture tombali, anfore, attività artigianali e commerciali accompagnate da impianti di drenaggio idraulico, importanti epigrafi e stele funerarie che costituivano una delle più importanti attrazioni del museo, e che furono riportate a Acqui dopo gli anni passati al Museo di antichità di Torino.

L’Ingresso del museo archeologico

LA STRUTTURA DEL MUSEO ARCHEOLOGICO
Il museo si divide in tre sezioni: età preistorica, protostorica, epoca Romana e periodo tardo-antico medievale. All’interno di queste sezioni vi è un numero molto alto di reperti archeologici che testimoniano la presenza, fornendo una visione complessiva della popolazione cittadina.

La prima sezione è dedicata alla preistoria, con testimonianze che comprendono numerosi manufatti in selce saccheggiata che risalgono al paleolitico e mesolitico, la pietra verde e numerosi utensili in bronzo come lame, rasoi, giavellotto risalenti all’età del bronzo, presenti nel ripostiglio del Sassello.

Nella seconda sezione, relativa all’età del ferro, sono esposti materiali, in particolare ceramiche e metalli, che rappresentano la cultura dei liguri Statielli e la romanizzazione della città. Interessante è la presenza della ceramica e vernice nera etrusca, che attesta il collegamento tra queste popolazioni e l’Italia centrale.

Reperti del laboratorio in via cassino ad Acqui Terme

La terza sezione è dedicata all’epoca romana, si tratta della sezione più importante del museo. Questa parte comprende tre sale, e ogni sala comprende un aspetto specifico dell’antica Aquae statiellae. La terza sala è la più importante in quanto comprende corredi significativi delle tombe di età romana. Due di queste tombe sono state ricostruite per scopo illustrativo al centro della sala. Le sepolture avvolgono un arco elevato di tempo, si tratta di alcuni secoli, che coprono l’intera età imperiale. Alla sala successiva invece è dedicata l’area urbanistica dell’architettura. Sono infatti esposti numerosi scavi risalenti a luoghi e edifici della città, come la piscina romana e altre abitazioni private. Al centro della sala si può vedere la ricostruzione della grande fontana della Bollente, risalente all’XIX.

Importante è la presenza di un mosaico pavimentale risalente e la ricchezza di corredi di due tombe venute alla luce in Via Alessandria. La sala seguente rappresenta numerosi risvolti della vita commerciale della città antica: decine di anfore utilizzate in un impianto di bonifica, emerse in via Gramsci, dimostrano la forza degli scambi commerciali che riguardarono il tratto Savona-Aquae Statiellae. Dallo scavo della casa laboratorio di Via Cassino, proviene una varietà di ceramiche di uso comune: pentole, tegami, piatti e coppe destinate al commercio. All’ultima sala del museo è dedicato il periodo antico-medievale, vi è esposta un’epigrafe funeraria magistrato cristiano (databile agli inizi V secolo), due corredi funebri di epoca lombarda, che provengono dai dintorni della città e una serie di materiali ceramici di epoca medievale, emersi nel corso di vari scavi condotti, nel centro storico di Acqui Terme. Con l’esposizione della vassella da mensa, di epoca rinascimentale, scoperta durante gli scavi eseguiti in piazza della Bollente, si conclude il percorso.

Reperti del laboratorio in via cassino ad Acqui Terme

IL GIARDINO BOTANICO DEL CASTELLO (BIRDGARDEN)
Il giardino botanico del castello, progettato come uno spazio privato, stupisce per la qualità dei colori nel periodo autunnale. Dopo la costruzione del museo archeologico, venne riprogettata un’area verde grande circa 3000 mq, denominata Birdgarden. Il progetto realizzato dall’architetto Alessandra Leoni e dalla dottoressa Angela Zaffignani Mezzatesta è un giardino naturale formato da due livelli altimetrici divisi, ma collegati tra loro tramite una rampa pedonale, formati da alberi. Il giardino si divide in due spazi: uno inferiore e uno superiore. Quello inferiore è formato dall’ingresso ed è caratterizzato da erbe aromatiche, dallo stagno e da piante rampicanti. Quello superiore è un giardino pensile, formato da alberi, abeti, ginepri, carpini, arbusti. Queste specie nei periodi della fioritura e fruttificazione sono in grado di attirare gli uccelli, come capinere, cinciallegre e farfalle. Per quanto riguarda lo stagno, sono state inserite piante sommerse galleggianti, ninfee bianche, e sono presenti alcune forme di vita: uccelli, insetti, anfibi. La parte di muro che delimita e sostiene la rampa che collega la parte alta e la parte bassa, è formata da una grande aiuola di erbacce perenni, fioriture, che dalla primavera all’estate creano effetti cromatici spettacolari. Si tratta di un giardino, che con la presenza di piante offre un ambiente nel quale uccelli, insetti e mammiferi possano riprodursi e vivere.

L’impatto Covid-19 sulla gestione turistica del castello. Il Direttore del museo archeologico: “riduzione di oltre 2/3 dei visitatori”.

Sull’uso e lo stato attuale del Castello è intervenuto il direttore del museo archeologico, Germano Leporati che ha dichiarato: “Il castello attualmente ospita il museo, la sezione didattica del museo ed i depositi museali visitabili nella parte alta del complesso già recuperata, inoltre il parco interno del castello ospita il Bidgarden/giardino botanico che è sede di eventi culturali, musicali ed è location di Matrimoni”. “A settembre cadrà il cinquantesimo anniversario dall’ apertura al pubblico del museo, sempre a settembre ci sarà una mostra sulla necropoli di Frascaro, mentre sarà rinviato al 2022 il progetto di restauro parziale del museo, con nuove vetrine, così come le 2 giornate di studi per presentare nuovi reperti”. E sull’ impatto Covid-19 dice “nell’ultimo anno abbiamo avuto riduzioni del numero di visitatori di 2/3, siamo passati da 5 mila visitatori annui a 1500”. Infine, ha aggiunto: "Il castello è una risorsa importante per la città, ma può essere più attrattiva, in quanto non può viaggiare da traino solo per il turismo termale".

Per i progetti futuri ha affermato: “Su tutto il complesso si sta lavorando con la soprintendenza per un progetto di recupero complessivo che riguardi anche l’area del castello ancora da recuperare. Questo prevedrà, l’espansione del museo, della sezione didattica e dei laboratori, ed aree legate ad attività ed eventi culturali ed attrattive turistiche, culturali, enogastronomiche del territorio, per realizzare un grande polo di attrazione”.

LA STORIA DEGLI ARCHI ROMANI
La città di Acqui Terme è formata da due strutture poste nelle vicinanze del fiume Bormida: il ponte “Carlo Alberto” e l’acquedotto romano. Il primo fu costruito per ovviare a difficoltose vie di comunicazione col genovese e col savonese. Carlo Alberto diede alla città un ponte formato da sette arcate, completato nel 1850 dall’ingegnere Ignazio Michela. Dal ponte è ben visibile l’acquedotto romano che risale al alla prima età imperiale, o forse all’epoca Augustea (inizi I Secolo d.C.). Si trattava di una struttura che portava, tramite condotti sotterranei, l’acqua dalla presa nel torrente erro di Cartosio ad Acqui dove alimentava vasche fontane pubbliche e private. Arrivata in città l’acqua veniva raccolta in una grande cisterna in un punto elevato da cui le condutture in piombo che la distribuivano alimentando le vasche, e che secondo alcuni studi era utilizzata per ridurne la temperatura nelle piscine termali.

Le strutture rimaste in piedi sono divise in due tronconi: il primo è formato da pilastri in discreto stato di conservazione, senza archi visibili, e solamente testimoniati in alcune riproduzioni del XIX e XX secolo, il secondo ha uno stato di conservazione migliore grazie a restauri effettuati dal D’Andrade nel XIX secolo. La passeggiata, attrezzata dal comune lungo il fiume, permette di godere di una vista interessante. L’acquedotto lungo 12 km, a partire dal bacino di raccolta delle acque, è situato in località Lagoscuro (comune di Cartosio), attraverso la valle erro (la destra orografica del torrente), e la regione Marchiolli (dove vi erano le sorgenti della zona Rocca sorda e dove si è esplorato, un lungo tratto di conduttura). In questo primo tratto, il tracciato è sotterraneo, ed è costituito da un condotto a sezione rettangolare, intonacato o rivestito di cocciopesto al suo interno realizzato in opera cementizia (strutture in ciottoli fluviali), e coperto da lastre di arenaria sovrapposte di piatto o a doppio spiovente. Nella parte terminale, a partire dalla regione Marchiolli, all’altezza dell’attuale strada del Sassello, dove esisteva un bacino di decantazione delle acque, per la necessità di attraversare l’alveo del fiume Bormida, venne realizzata la costruzione in elevato, i cui resti ancora oggi si conservano, collegata dalla parte sotterranea del condotto.

La struttura è formata da un percorso in parte sotterraneo in parte fuori, col tratto terminale sospeso che attraversava il fiume Bormida su grandi archi retti da pilastri, i quali sette sono ancora visibili, mentre altri otto sono sulla strada per Cartosio. I pilastri sono alti 15 metri e costruiti dell’opera a sacco dell’edilizia romana, con un nucleo di conglomerato cementizio formato da blocchi di arenaria. Rimangono quattro arcate intere larghe 7 metri. È uno dei monumenti più conservati tra quelli esistenti nel territorio Piemontese e uno degli esempi di acquedotto di epoca romana più significativi dell’intera Italia settentrionale.

CINQUE COSE DA VEDERE

Oltre al castello che si trova nei pressi della stazione di Acqui terme, vi sono altri luoghi importanti che la cittadina termale offre ai propri turisti:

  • Le terme, che comprendono due sedi: la prima si trova all’interno del “Grand hotel nuove terme”, in via XX settembre. La seconda, si trova in zona bagni presso il complesso “Regina”. In entrambi i luoghi il trattamento più utilizzato è il fango- balneoterapia, ma si usano anche cure inalatorie, piscine vascolari e i reparti di mobilitazione motoria.

  • Gli archi romani (in foto), che si trovano nelle vicinanze del ponte dei bagni, vicino al fiume Bormida. È un acquedotto storico risalente all’epoca imperiale.

  • La Bollente, che si trova in Piazza della Bollente. È il simbolo della città, si tratta di una fontana risalente all’epoca romana, a forma ottagonale, con al centro una sorgente di acqua salso-bromo iodica che sgorga alla temperatura di 74 gradi, con la portata di 560 litri al minuto.

  • Villa Ottolenghi: si trova sulle colline sopra Acqui Terme, situata tra i vigneti, nella località di Borgo Monterosso. Costruita nella prima metà del 900 dal Conte Arturo Ottolenghi e dalla moglie herta Von wedeking zun Horst pittrice e scultrice riconosciute tra le più importanti del 900, nel 2011 è stata premiata come località col più bel giardino d’ Europa dal paesaggista Pietro Porcinai.

  • Il teatro romano, situato nella piazza della Pisterna, nei pressi del Castello dei Paleologi, risalente all’epoca romana.

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