Domenica 13 Giugno 2021

L'intervista

Luca Gaino: da chimico (pentito) a imprenditore bio

Cascina Aliata, l’azienda agricola che segue i ritmi della natura

Luca Gaino: da chimico (pentito) a imprenditore bio

Luca Gaino e Camilla Marchesin

CARTOSIO - Oggi tutto è social, digitale e virtuale. Eppure c’è chi guarda al passato per costruire un futuro imprenditoriale. Luca Gaino, classe 1987, ha studiato alla facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’università di Alessandria. Per la laurea magistrale ed il dottorato si è dedicato alla Chimica organica, sintesi di farmaci. Sette anni fa ha deciso di tornare al paese, a Cartosio, per aprire un’azienda agricola. 

Come nasce una decisione del genere? 
E’ stata una riflessione maturata durante l’ultimo anno di dottorato all’università. Mi sono chiesto: davvero vuoi insegnare o lavorare chiuso in un laboratorio farmaceutico? No, grazie. Preferisco il contatto con la natura. Sono nato e cresciuto a Cartosio, dove la mia famiglia ha una casa in campagna. Lì mio padre, impiegato di banca, si ritirava per coltivare l’hobby dell’orto, degli animali da cortile e di alcuni filari dal quale ricavava il vino per la famiglia.

Per i suoi genitori non deve essere stato facile accettare la scelta di un figlio che al termine di un percorso di studi scientifici di livello finisce tra le capre.
La mia salvezza è stata che sono sempre andato bene all’università e quindi vincendo diverse borse di studio ho gravato poco sulla mia famiglia. Alla fine hanno accettato e sostenuto la mia scelta, forse perché ho ripercorso una passione inespressa di mio padre. Oggi lui è in pensione e quando può mi da una mano.

La sua passione si è trasformata in un lavoro, in un’azienda vocata al bio.
Per me non è solo un lavoro ma una scelta di vita. Cascina Aliata vive con il ritmo della natura. D’estate le giornate sono più lunghe e quindi si lavora di più; d’inverno meno. Io e la mia compagna (Camilla Marchesin) non usiamo pesticidi, diserbanti, non stravolgiamo il ciclo di vita degli animali (ad esempio non mungiamo d’inverno). Produciamo di meno, certo, ma il risultato è migliore. Le nostre capre (settanta d’inverno, un centinaio d’estate per la nascita dei capretti) sono allevate allo stato semibrado, al pascolo di giorno e in stalla di notte. Io le mungo e faccio il caseario producendo robiole da  latte crudo e siero, senza pastorizzare niente. I nostri prodotti variano in base alla lavorazione e alla stagionatura. Vendiamo anche salumi. I maiali (6/7 l’anno) vivono all’aperto in un grande recinto. Camminano, corrono (questo li rende meno grassi) e si nutrono non solo di cereali, ma del siero del formaggio, degli scarti dell’orto, anche la loro alimentazione è biologica. E poi produciamo del vino rosso con un’antica varietà di Dolcetto d'Acqui, chiamato "picula rusa". Non usiamo solfiti, non filtriamo nulla. Infine coltiviamo ortaggi di stagione che vendiamo a chi viene a comprare gli altri prodotti. Insomma, lavoriamo la terra ed alleviamo le bestie come facevano all’epoca dei nostri nonni quando il cibo era più buono. La qualità di un prodotto la fanno le materie prime e l’attenzione di chi le cura.

Secondo lei stai facendo qualcosa di nostalgico o innovativo?
Certamente innovativo. L’ho riscontrato in questi sette anni di attività: c’è sempre più attenzione al gusto e alla salute e nel biologico (quello vero!) le due componenti trovano una sintesi. La nostra merce costa di più perché è frutto di lavorazioni su minori quantità ma sempre più persone sono disposte a spendere di più per la qualità. Il business del bio, anche e soprattutto per i giovani, può essere sorprendente. Certo, bisogna avere passione (io lavoro fino a 12 ore al giorno!) e pazienza per le scartoffie burocratiche, ma i risultati ripagano.

Parla di vero ‘bio’. Perchè ne esiste uno finto?
Tutti si riempiono la bocca con questa parola; sugli scaffali dei supermercati i prodotti bio vanno a ruba. Io penso che non sia possibile fare biologico nella grande distribuzione forse perché so il lavoro che c’è dietro. Bio è quello dell’azienda che produce e vende a km zero, quella che gestisce con personale umano piccole produzioni al posto di ettari coltivati estensivamente dalle macchine; spazi aperti per gli animali invece di stalle-gabbie. Un’azienda immersa nel verde che si possa ‘vivere’, verificare personalmente. I miei clienti, persone che vengono da grandi città tipo Milano, Genova, Torino, si innamorano della vita di campagna, del contatto con la natura, dei sapori autentici di una volta;  poi, tornati a casa, ne parlano con altri, le notizie circolano e nasce dell’interesse anche turistico. A questo si aggiunge la tecnologia della comunicazione web. Questa parte la cura Camilla, la mia compagna, perché io non sono molto social, uso ancora un vecchio Nokia.

Davvero?
Ho sempre le mani unte, lavoro tra macchinari e fieno, uno smartphone durerebbe poco.

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