Mercoledì 13 Novembre 2019

Recensione

L’uomo del labirinto: viaggio agli inferi e ritorno

"Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno" (Francesco Guccini, “Incontro”, 1972)

L’uomo del labirinto: viaggio agli inferi e ritorno

CINEMA - «Carrisi gioca con più labirinti: quello fisico raccontato da una città, quello mentale dal quale si tenta di sfuggire». Così Toni Servillo, il carismatico attore napoletano protagonista - nei panni dell’investigatore Bruno Genko, personaggio alquanto “sui generis”, gravato da un peso di natura privata che equivale a una condanna a morte - del più recente lavoro cinematografico dello scrittore-regista Donato Carrisi, L’uomo del labirinto (dopo La ragazza nella nebbia, David di Donatello 2018), sintetizza il senso, davvero non scontato, della vicenda messa in scena.

Una storia labirintica, appunto, sia in chiave reale che metaforica, eppure semplice nella sua sconcertante complessità: scompare senza lasciare tracce una ragazza, Samantha Andretti (Valentina Bellé), la ritrovano dopo quindici anni, con la memoria azzerata e un disperato bisogno, invece, di far riaffiorare i ricordi legati al lunghissimo periodo di prigionia all’interno di quello che lei stessa definisce come “labirinto”. Accanto a lei c’è il dottor Green (Dustin Hoffmann), medico “profiler” a cui viene affidato l’arduo compito di aiutarla ad addentrarsi negli oscuri meandri del proprio vissuto.

Al di fuori dell’ospedale Santa Caterina, invece, il detective Genko indaga in maniera non convenzionale, per far emergere una qualche forma di “verità”, per recuperare da una fitta cortina di mistero l’identità dello psicopatico che ha tenuto prigioniera Samantha. In aiuto, gli viene Simon Berish (Vinicio Marchioni), poliziotto del Limbo, la sezione del commissariato specializzata nelle ricerche delle persone scomparse.

Eppure, i personaggi che popolano la storia così come gli spettatori che la vedono scorrere davanti ai propri occhi, ne ricavano un irritante impressione di estraneità, illogicità, deriva del senso.

Sono il caos e la progressiva perdita di qualsivoglia punto di riferimento a farla da padroni: immerse nel calore asfissiante di una città non ben definita, che potrebbe essere Londra, Roma, l’America o nessun luogo (il film è stato interamente girato a Cinecittà), le figurine di cartapesta di L’uomo del labirinto continuano a girare a vuoto e in tondo, solo per ritornare, ben presto, al punto di partenza.

Gli oggetti tecnologici (appartenenti a epoche differenti e accostati alla rinfusa l’uno all’altro) vengono anch’essi svuotati di utilità: smartphone, pc, vecchi telefoni e televisori non fanno altro che sottolineare la dimensione azzerata di una comunicazione senza più soggetto né oggetto.

In questo perenne vagabondaggio privo di significato, l’unica, angosciante certezza è la discesa, lenta ma inarrestabile giù per i cerchi sempre più profondi di un girone infernale, sadico, dove ciascuno è desolatamente solo e la salvezza, la speranza di “riveder le stelle” (il film gioca moltissimo sull’alternanza luce-ombra, sui principi della favola gotica che lega la minaccia, l’orrore, alla dimensione del buio) è poco più che un miraggio, un’illusione.

In questa pellicola che è, tra l’altro, un condensato di citazioni, letterarie e cinematografiche (vedi, ad esempio, Alice nel paese delle meraviglie di Carroll, l’inferno dantesco, appunto, e poi David Lynch, Dario Argento, Donnie Darko di Richard Kelly, gettati in un calderone che mescola horror, thriller psicologico, noir), la verità non esiste, soppiantata da un beffardo gioco di specchi.

Gli attori sono bravissimi, primi su tutti Toni Servillo e Dustin Hoffmann, costretti dal regista a recitare superando i limiti dei rispettivi modelli interpretativi (ma con eccezionali risultati).

«L’idea per questo romanzo l’ho avuta mentre giravo La ragazza nella nebbia - ha raccontato Donato Carrisi, intervistato per “Repubblica”. Lo spunto è nato sul set e ho subito pensato a Toni Servillo per il ruolo di Genko, era già scritto. Ed è nato dalla voglia di sfidare di nuovo il pubblico, perché lo scrittore ha il compito di creare trame noir, mentre il lettore e lo spettatore vogliono giungere alla soluzione prima della fine. Ovviamente l’intento è di fare in modo che non ci arrivino, e questo aspetto mi intriga moltissimo».

In dialogo con il critico Gianni Canova (“Film Tv”), che definiva il film “perturbante”, Carrisi ha sottolineato: «Io penso che sia più perturbante che disturbante. Credo che abbia - o comunque vorrei che avesse - qualcosa che al tempo stesso attrae e respinge. Forse è la presenza così evidente e palpabile del Male che fa questo effetto. Io stesso, la prima volta che l’ho visto premontato, sono rimasto senza parole».


L’uomo del labirinto

Regia: Donato Carrisi
Origine: Italia, 2019, 130’

Cast: Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellè, Caterina Shulha, Luis Gnecco, Vinicio Marchioni, Stefano Rossi Giordani, Riccardo Cicogna, Carla Cassola

Soggetto: dall’omonimo romanzo di Donato Carrisi
Sceneggiatura: Donato Carrisi
Fotografia: Federico Masiero
Trucco: Simona Castaldi, Alessandra Giacci
Montaggio: Massimo Quaglia
Produzione: Maurizio Totti, Alessandro Usai Per Colorado Film
Distribuzione: Medusa Film

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